Bere per dimenticare. Bere per non dimenticare (articolo ad alto tasso di realismo e ribellione)

Questo è un articolo natalizio. Ma no, questo non è il solito articolo pieno di felicità e gioia per le feste in arrivo.

Oggi l’Ordine dei giornalisti ci ha deliziato con la notizia che il deus ex machina di questo blog, come degli altri 29 di questo biennio del master in giornalismo alla “Walter Tobagi”, verrà allontanato per questioni di crediti formativi. Sembra non esserci soluzione. In fondo è meglio punire chi dedica il suo tempo alla formazione di noi futuri giornalisti, perché questo tempo è senza dubbio sottratto all’acquisizione di crediti formativi teorici e molto più vicini alle nuove sfide della professione.
E siccome la sua ultima richiesta prima del commiato è stata quella di regalargli un articolo natalizio, io lo farò a mio modo: spiegandovi la filosofia del vin brulé e come affogarci le vostre delusioni per dimenticare. O per non dimenticare, svegliandovi ancora più delusi da ciò che vi circonda. E reagire. Ve l’ho detto, questo è un articolo ad alto tasso di realismo e ribellione. Se non era questo quello che vi aspettavate dal titolo, forse è meglio che ci salutiamo qui.

Filosofia del vin brulè. C’è un che di incredibilmente natalizio nel vin brulé. Caldo, rassicurante, piacevole. Che un po’ sembra cozzare con lo spirito battagliero di questo articolo. In verità potrebbe non esserci nulla di più calzante, se consideriamo il contesto generale. Questo alcolico dolce e speziato viene preparato nelle giornate di freddo pungente d’inverno. Per trovare sollievo, appunto, ma anche per recuperare le forze e affrontare con rinnovato vigore il clima ostile che ci sta intorno. Un inno alla protesta e al recupero delle energie in vista di sfide più grandi una volta usciti dalle confortevoli mura di casa. Brulé, da brûler, bruciare. Bruciare dentro, ardere e non permettere che le minacce esterne spengano la fiamma della speranza che un giorno il mondo qualcuno – io, tu, noi insieme – lo cambierà davvero. Perché non c’è realismo verso la realtà che ci circonda senza una fiamma di utopia nel cuore. Non potrebbe essere altrimenti.

Bere, riflettere, dimenticare, reagire. Non sono mai stato un estimatore dell’affogare i propri dispiaceri nell’alcool. È il primo passo per il coma etilico. E se ho aperto questo blog è anche per combattere la stupida connessione alcool = sbronza. Ma a volte lasciare che dosi moderate di buon vino rompano i freni inibitori dei nostri sempre troppo logici schemi mentali, non è per niente un male. Bere porta a riflessioni che spesso non affronteremmo neanche lontanamente. Per esempio: come mai un Ordine che dovrebbe guidare una professione già pericolosamente sotto assedio si concede il lusso di allontanare docenti dal curriculum eccellente – e non servono dei crediti formativi a confermarlo, siamo seri – dai master di giornalismo, usando la scusa che non hanno rispettato tutte le regole formali? Sbagliando, magari, ma in buona fede. Una buona dose di vin brulé a Natale ci aiuterebbe a dimenticare una questione tanto futile quanto dannosa. Per noi aspiranti giornalisti. Per loro, docenti/professionisti che sacrificano tempo ed energie per un nobile scopo. Per voi, lettori, che un giorno potreste beneficiare del loro lavoro anche attraverso le nostre penne e i nostri computer.
E invece no, il vin brulè ci porterà alla ribellione, alla resistenza, in questo Natale. A prendere coscienza che noi non ci piegheremo zitti e obbedienti a tutto ciò che ci capita. Sia esso una delusione amorosa, una disgrazia di qualsiasi genere, o un atto di forza professionale. Che possiamo subire, certo, ma non accettare. Facendo in modo che il mondo esterno, freddo e ostile, lo sappia. Bruciando come tizzoni ardenti. Bruciando come il vin brulé.

A questo pezzo, uscito con una veemenza che di solito cerco di contenere il più possibile – ma che non può non scatenarsi trascinata dalla passione che nutro contro ogni forma di sopruso – ho voluto aggiungere una dedica a Federico Cella e la promessa di portare avanti il lavoro del Sottobicchiere anche in segno di ringraziamento verso la sua dedizione nei nostri confronti. Bistrattata e non riconosciuta dopo nemmeno due mesi dall’inizio del corso.

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