La solitudine alcolica di Rinat Dasaev, l’ultimo portiere dell’URSS naufragata

Sembra una di quelle vicende personali scritte apposta per riassumere un evento storico, come quelle che racconta il mio collega Marco ‘Vax’ Vassallo nel suo blog Un calcio alla sfortuna. E quella di Rinat Dasaev, ultimo vero portiere della Russia comunista, un po’ lo è, la sintesi della parabola sovietica (a proposito, obbligatorio leggere questo articolo del mio collega Marco ‘Capps’ Capponi) e la fenomenologia della solitudine dei numeri 1. Finita in un naufragio, in un crollo sotto i colpi della malasorte e dell’alcool.

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Shottini biografici – Rinat Dasaev, classe 1957, famiglia operaia di origine tartara. Portiere del Volgar Astrakan, a 20 anni lo nota la “squadra del popolo”, il mitico Spartak Mosca. Lo portò alla vittoria del campionato nel 1979, grazie ad agilità e prontezza di riflessi surreali, dopo un testa a testa al cardiopalma contro i rivali storici della Dinamo Kiev.
Mondiali di Spagna ’82, divisa n.1 dell’Unione Sovietica. Per una differenza reti sfavorevole l’URSS non affrontò in semifinale gli azzurri di Bearzot, in uno sliding door inquietante. Perché Rinat Dasaev fu il miglior portiere del mondiale, “la Cortina di Ferro”.
Messico ’86, una delle URSS più belle mai viste in campo. Si giocava “il calcio del 2000”: velocità, automatismi, organizzazione tattica. Solo il caldo di León e alcune sviste arbitrali fecero crollare il sogno mondiale di Rinat Dasaev agli ottavi di finale.
L’eterna incompiuta, dopo una cavalcata trionfale agli Europei di Germania ’88 con un Dasaev imperforabile, arrivò a un solo passo dalla consacrazione. L’Olanda di Gullit-van Basten si prese la rivincita della brutta sconfitta ai gironi proprio in finale. Il capolinea di un sogno.
Nell’88 passò al Siviglia, l’inizio del crollo professionale e umano di uno dei portieri più forti della sua generazione. Chiuse la sua esperienza nel ’91, si ritirò dal calcio giocato. Nel mezzo un mondiale, Italia ’90, grigio e deludente. Senza più CCCP sulla divisa, senza più i fasti delle sue uscite con perfetto tempismo.

L’URSS – Ci sono molti punti di contatto tra la storia di Rinat Dasaev e l’Unione Sovietica. Non poteva essere altrimenti.
Nasce nel 1957, anno in cui l’URSS ristabilì il controllo sui Paesi del Patto di Varsavia: una garanzia di solidità.
Vince il primo campionato nel 1979, a qualche mese dall’invasione dell’Afghanistan da parte dell’esercito sovietico: dimostrazione di una forza innata, di un futuro rosso e radioso.
I mondiali del 1982 e 1986 sembravano promettere grandi cose, così come gli anni Ottanta per l’Unione Sovietica: ma la morte di Breznev, il disastro nucleare di Cernobyl e l’inizio del ritiro delle truppe dall’Afghanistan, al pari delle sfortune calcistiche, dimostrarono tutta la fragilità dei “giganti dai piedi d’argilla”.
Nel 1989 cade il Muro di Berlino dopo un anno dal crollo dell’ultima speranza di un trofeo per una delle potenze del calcio mondiale.
1991, si dissolve l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Si ritira un professionista che ormai, come la sua patria, aveva perso completamente l’identità e che la storia aveva ormai ripudiato.

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La solitudine di un portiere – Rinat Dasaev ha rappresentato ciò che ogni portiere conosce nel fondo dell’animo. L’instabilità di 90 minuti passati senza filtri emotivi. Solitudine profonda, una distanza incolmabile quando l’azione è nell’altra metà del campo. Adrenalina incontenibile nel momento di una parata decisiva. Amarezza infinita in occasione di ogni gol subito. Emozioni che si susseguono senza sosta, dure da sostenere con lucidità se non si hanno spalle larghe e nervi saldi. Rinat Dasaev sperava di averceli e per una decina d’anni convinse tutti. Ma qualcosa alla lunga non ha retto. Solo vedere il fondo di bicchieri pieni d’alcool finì per dargli sollievo. Nell’illusione di una consolazione del tutto apparente, che non lo aiutò per niente a sopportare l’altalena di emozioni di una partita di calcio. Le montagne russe di una vita messa in discussione alla radice e confusa da eventi troppo più grandi di lui. Rimasto solo come un numero 1. Proprio come un portiere, proprio come un uomo.

A Valeriano. Perché ogni promessa è un debito. Il miglior numero 1 che conosca.

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