Reportage dalla Trieste del porto vecchio e dello spritz. Seduto alla scrivania di casa.

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“Il giornalista che ruba non muore mai di fame”. Se poi comunque rubi l’idea a un tuo fratello – come lo è Riccardo ‘Ric’ Congiu (il suo reportage sulla Dublino di Joyce lo trovate qui) – ti senti ancora meno in colpa, perché verrai perdonato con una birra.
Quello che leggerete è solo l’attacco di un reportage mai finito, per indicazioni del committente Beppe Severgnini. Ma anche perché l’ho scritto in una notte di metà febbraio dalla scrivania di Milano. E prima di finirlo, cascasse il mondo, a Trieste ci andrò davvero. Ma al posto di un Fernet affianco al computer, sarà uno spritz a guidarmi per le sue vie.

Trieste. Porto vecchio, andata e (forse) ritorno
Nebbia, salsedine e umidità. Piazza Unità è avvolta in una nebbia gelida, che appena lascia intravedere l’austera eleganza dei palazzi asburgici illuminati. Trieste d’inverno è una città indecifrabile, si percepisce un insolito clima da città marittima del nord Europa. La movida finisce presto e la città si svuota, lasciando un senso di calma sospesa nella notte.
Piazza Unità d’Italia è l’emblema della città che ha mantenuto la sua anima austro-ungarica. Un porto franco che ha visto passare dalle sue vie James Joyce, Umberto Saba e Italo Svevo, voci dell’incontro tra la cultura italiana e quella mitteleuropea. Le vie del centro si proiettano verso il mare, senza il disordine delle altre città di mare della penisola. Ma basta passeggiare sul lungomare, superare Molo Audace e arrivare ai limiti del quartiere Barcola per svelare il lato di Trieste che àncora la città al presente e la proietta nel futuro.

Alle spalle della stazione centrale trovano spazio i 617 mila metri quadrati del porto vecchio, prestigio della città sotto il dominio asburgico. Costruito tra il 1868 e il 1887 su un progetto studiato per cinque anni dal governo di Vienna. Magazzini, hangar, la centrale idrodinamica: edifici ottocenteschi progettati secondo uno stile architettonico sobrio e lineare.
Oggi il porto vecchio ha cambiato pelle. Un luogo di decadenza, scandito dagli edifici abbandonati che si susseguono sui viali diritti vista mare. Porte sventrate, finestre infrante, hangar in rovina. Dentro, i macchinari ossidati, i banconi degli operai che ancora rilasciano nell’aria odore di polvere, vernice e sale. Gli strumenti abbandonati di falegnami e carpentieri. Dagli anni Settanta Trieste non ha saputo valorizzare il proprio passato industriale, non più adatto al traffico commerciale. Le navi hanno virato a sud, nel porto nuovo, insieme al rinnovato complesso di gru, montacarichi e terminal cargo. Lasciando inutilizzata un’area demaniale grande quanto nove campi da calcio a ridosso del centro città.

È percorrendo le vie deserte del porto vecchio che si comprende, però, la vera essenza di Trieste. Una città dal passato glorioso, che fatica a stare al passo coi tempi. Una realtà che ha nella sua decadenza nascosta la spinta per riacquistare un fascino che le appartiene di natura. Lo dimostrano i progetti di riqualificazione del porto vecchio, che diventerà a breve il più grande progetto di riqualificazione urbana del Nord Est…

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